1 novembre 2010

letteratura
cristodionisio

C'è stato un tempo (più o meno la prima metà del V secolo dC) in cui uno stesso autore poteva scrivere 48 (!) libri di Dionisiache (il più lungo poema del mondo antico, dedicato a Dioniso ed alle sue vicende, ultima, grande testimonianza del paganesimo letterario) e mettersi a fare una parafrasi poetica del Vangelo di Giovanni, senza, evidentemente, sentire la contraddizione tra i due mondi. Anzi, Nonno di Panopoli (così si chiamava), usava più o meno lo stesso linguaggio per spiegare la trasformazione dell'acqua in vino durante le nozze di Cana (è il capitolo 2 del Vangelo di Giovanni) e per descrivere il miracolo in cui Dioniso trasformava in vino il lago Astacide (nel l. XIV delle Dionisiache).
Secondo molti, la Parafrasi di Nonno si riallaccia a quel filone di cristiani ancora un po' pagani che volevano in qualche modo salvare la grande poesia pagana 'cristianizzandola' - è lo stesso orientamente alla base dei fantastici Centoni omerici, in cui episodi biblici ed evangelici vengono riscritti facendo "taglia e cuci" di versetti omerici, così i ggiovani cristiani del V secolo imparavano l'imperfetto senza aumento senza dannare la propria anima leggendo degli amori di Ares e Afrodite.
Tutto ciò perché, non sapendo nulla di Nonno (al massimo mi ero dedicato a Quinto Smirneo, autore del seguito dell'Iliade, gli epocali Posthomerica), ho letto la dottissima edizione del I Canto della Parafrasi di Giovanni, in cui, in un trionfo di formule omeriche, genitivi in -oio e linguaggio epicheggiante, si segue, con qualche difficoltà lessicale (Nonno adora inventarsi le parole), l'inno al Logos che apre il più difficile dei vangeli, il battesimo di Gesù (chiamato wanax, come Agamennone!) e la chiamata dei primi discepoli, e ci si perde nelle dispute teologiche dell'epoca, con un antiarianesimo spinto che confluisce quasi nel monofisismo.
Epico, letteralmente.